Per “settimana corta lavorativa” si intende, in sostanza, lavorare meno giorni mantenendo lo stesso livello di produttività.
Può essere gestita in due modi: o riducendo le ore complessive (ad es. 32–36 ore pagate al 100%), oppure comprimendo le ore standard in 4 giornate più lunghe (modello “4×10”).
Le diverse esperienze europee mostrano che esistono entrambi i modelli, con differenze normative e organizzative significative da Paese a Paese.
Ecco tutto quello che devi sapere sulla settimana corta lavorativa, in Italia e all’estero.
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Indice
Come funziona la settimana corta lavorativa
Nell’impostazione della settimana corta lavorativa, come abbiamo accennato, i modelli dominanti sono generalmente due:
- Riduzione delle ore lavorative (“100-80-100”): il dipendente riceve il 100% dello stipendio, lavora circa l’80% del tempo, garantendo però il 100% della produttività. È il modello maggiormente sperimentato in Paesi come Regno Unito e Portogallo, richiede però una gestione complessa e una totale riorganizzazione del lavoro: meno riunioni superflue, uso di strumenti digitali per automatizzare alcune attività e maggiore attenzione alla misurazione dei risultati;
- Settimana compressa: le ore complessive restano invariate, ma vengono distribuite in quattro giorni invece di cinque (come in Belgio). In questo caso non si riduce il tempo di lavoro totale, ma si guadagna un giorno libero in più. Il vantaggio è soprattutto la flessibilità, però c’è il rischio di maggiore stanchezza, perché le giornate diventano più lunghe e intense.
Nei settori impiegatizi e “da ufficio” prevale in genere il primo modello, perché consente di puntare sull’efficienza e ridurre gli sprechi di tempo.
Nelle attività produttive e industriali, invece, spesso si adotta una soluzione ibrida: cicli che alternano settimane da cinque e settimane da quattro giorni, così da non lasciare mai sguarniti i turni e mantenere le linee attive.
In ogni caso, la settimana corta lavorativa funziona solo se c’è un accordo chiaro con i lavoratori ed un monitoraggio costante sugli effetti della scelta: produttività, qualità del servizio, benessere psicofisico, riduzione del turnover e sostenibilità economica per l’azienda.
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Situazione in Italia nel 2025: niente leggi, accordi in crescita
In Italia non esiste (ad oggi) una norma che imponga l’utilizzo della settimana corta lavorativa in alcun ambito o settore. La scelta infatti avviene tramite contrattazione aziendale e su base volontaria, spesso con l’avvio di sperimentazioni pluriennali.
Tra i casi più noti c’è Intesa Sanpaolo, che ha introdotto dal 2023 la settimana di 4 giorni da 9 ore a parità di retribuzione, su adesione individuale e compatibilità organizzativa.
EssilorLuxottica ha invece esteso nel 2025 le “settimane corte” in fabbrica, con oltre 1.500 addetti aderenti (più del doppio del pilota), con riduzione di assenze e miglior efficienza.
Lamborghini ha concordato con i sindacati una riduzione a cicli (alternanza 5/4 giorni) con un taglio annuo delle giornate lavorate differenziato per turni.
Altre realtà, come Lavazza ad esempio, sperimentano formule di alleggerimento del venerdì o l’integrazione di permessi aggiuntivi.
L’impostazione italiana relativa alla settimana corta lavorativa si può quindi definire oggi piuttosto pragmatica e basata su 3 fattori principali: sperimentazioni contrattate, tutela della continuità produttiva, nessun obbligo generalizzato.
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Settimana corta lavorativa: cosa accade all’estero?
Vediamo ora come la settimana corta lavorativa viene applicata nei diversi Paesi del mondo, con risultati e approcci spesso molto diversi tra loro.
È in particolare nel Regno Unito che si è svolta la più grande sperimentazione mondiale, con 61 aziende e circa 2.900 lavoratori che hanno provato la settimana di quattro giorni per un tempo di 6 mesi.
I benefici principali sono stati tangibili, con minori dimissioni, maggiore benessere psicologico e ricavi in crescita. La maggioranza delle aziende infatti ha confermato il modello anche dopo la prova di 6 mesi.
Un secondo test più circoscritto, adottato nel 2025, ha confermato i risultati del test precedente, mostrando un netto calo dei casi di burnout.
In Portogallo, il governo ha invece promosso un progetto pilota con 41 aziende. Di queste, il 95% ha valutato positivamente l’esperienza, evidenziando minore stress e migliore equilibrio tra vita privata e lavoro.
Il Belgio ha scelto una strada diversa. Dal 2022 infatti, i dipendenti possono scegliere di concentrare le ore settimanali in quattro giorni, senza riduzioni dell’orario complessivo. Una misura quindi pensata soprattutto per offrire maggiore flessibilità organizzativa.
Passiamo poi all’Islanda, che, tra il 2015 e il 2019, ha avviato due test con riduzione della settimana a 35–36 ore, pagate al 100%. I risultati hanno mostrato lavoratori più soddisfatti e produttività invariata, o addirittura migliorata, aprendo la strada ad una diffusione più ampia del modello.
Per quanto riguarda la Spagna, ad oggi sono stati adottati solo progetti locali, come quello della Comunità Valenciana ad esempio. Quest’anno è stato presentato però un disegno di legge per abbassare l’orario di lavoro a 37,5 ore settimanali, senza tagli salariali.
Negli Emirati Arabi Uniti, infine, l’Emirato di Sharjah ha adottato la settimana di 4 giorni nel settore pubblico, mentre a livello federale è stato introdotto un modello di 4,5 giorni.
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Cosa possiamo dedurre in sintesi?
Le esperienze adottate finora in Italia e nei vari Paesi del mondo dimostrano che la settimana corta lavorativa funziona e porta reali benefici alle aziende che la adottano.
Deve però essere adeguata perfettamente al contesto e adattata a seconda dell’ambito e del settore. Bisogna stabilire obiettivi chiari, riorganizzare processi e riunioni, formare il personale e misurare i risultati che si ottengono.
In Italia, ad oggi, il percorso non prevede una disposizione nazionale, ma si basa sulla contrattazione aziendale, con casi di successo sia nei servizi (come banche e uffici) sia nella manifattura (occhialeria e automotive).
Guardando all’estero, invece, i risultati migliori arrivano dai Paesi che hanno sperimentato su larga scala (Islanda, Portogallo, Regno Unito) o che hanno previsto cornici legali flessibili (Belgio).
